colpi d ascia

La vita, la professione e il mondo offrono quotidianamente ottimi motivi per arrabbiarsi. Qui una silloge di commenti sparsi: a base di vetro e sabbia, s’intende

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GRAZIE DELL’INFORMAZIONE…GRADISCE UN DIGESTIVO?

Ricevo un’email di questo tenore: “Vorremmo comunicarvi il successo che ha avuto l’evento da noi organizzato il weekend scorso nel prestigioso albergo xy, dove abbiamo presentato i nostri vini. Si allegano i link ai dettagli e alle foto per eventuale pubblicazione”.
Ora, premesso che non saprei che dire nè che pubblicare su qualcosa a cui non ho assistito e a cui neppure sono stato invitato, ma mi chiedo: che dovrebbe interessare ai miei lettori di qualcosa fatto da altri per altri, su cui i quali altri, che hanno avuto il privilegio di essere invitati, potranno per ovvie ragioni riferire assai meglio di me?
Sarebbe come se l’inquilino del piano di sopra, che ha fatto una festa assordandomi ma non invitandomi, mi chiedesse di raccontare la festa che ho solo “ascoltato” all’inquilino del piano di sotto, al quale però non frega nulla del party dato dall’inquilino di due piani sopra, visto che non si conoscono.
Mah…

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SE L’INFORMAZIONE E’ IN CORTOCIRCUITO E CI SI RESTA FULMINATI

Mi sto ancora stropicciando gli occhi. Anzi, le orecchie.
Ricevo un comunicato stampa su una conferenza piena di temi interessanti e di personaggi da intervistare. Non si parla però di giornalisti nè di conferenze stampa, sottolineando che l’evento è riservato agli iscritti.
Allora invio un’email chiedendo se è possibile incontrare i relatori o avere almeno un quadro dei temi sviluppati.
Passano due ore e squilla il telefono.
E’ una dell’ufficio stampa:
Lei: “Buon giorno, sono xy dell’agenzia yz, ho letto la sua email e volevo alcune informazioni”.
Io (dopo un attimo di esitazione): “Dica pure, ma veramente le informazioni le avevo chieste io a voi”.
Lei: “No, cioè sì, lo so, ho letto la sua mail e ho anche visitato il suo sito, ma volevo informazioni su di lei”.
Io (sbalordito ma sul punto di irritarmi): “Su di me? E che vuol sapere?”
Lei: “Che cosa le interessava”.
Io: “Come cosa mi interessava, l’ho scritto sull’email!”.
Lei: “Sì, lo so, ma volevo sapere…lei…su che cosa pubblica…” (nb: l’uso del verbo pubblicare al posto di scrivere mi è insopportabile, ma resisto).
Io: “Mah, viste le sue mansioni, per chi lavoro lo dovrebbe sapere già visto che mi ha pure mandato un comunicato stampa e prima di chiamarmi ha anche visitato il sito, ove è scritto nero su bianco per chi lavoro”.
Lei: “Ah, ecco, allora pubblica (grrrr, ndr) su quei giornali che ho visto sul sito”.
Io: “Eh già, sennò che ce li avrei messi a fare?”.
Lei: “Ho capito” (meno male, penso tra me e me).
Io: “Quindi?”
Lei: “Cosa le interessa? Intende pubblicare qualcosa su quei giornali?”.
Io (trattenendomi): “Dipende. Dipende da se e chi posso incontrare, da cosa mi viene detto, dai contenuti del convegno”.
Lei: “Ok, allora le rispondo all’email”.
Ecco.

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DU IU SPIC INGLISC?

Italiani, gioite: via il complesso d’inferiorità, chi ha detto che i nostri politici non sanno l’inglese?
Si, vabbè, Renzi era un po’ maccheronico ma parlava un anglobecero impeccabile.
Ora, poi, c’è la Raggi.
Cazzarola, ha detto “We love it” al presidente della Roma a proposito dello stadio e ciò è bastato al corrierone e alla sua succursale rosa a parlare di “inglese perfetto”.
E se lo dicono loro…

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CONFERMARE PRESENZA E INDICARE TESTATA.

Questione stravecchia, fastidio sempre nuovo.
Arriva il solito, cortese invito: come stai, ti aspettiamo, non mancare, bla bla bla.
Poi la formulina di rito: entro il tal giorno confermare la partecipazione e indicare la testata rappresentata.
Eh no, caro ufficio stampa.
Io sono un libero professionista e tu lo sai benissimo, e’ scritto dappertutto, perfino su FB, quindi rappresento solo me stesso.
Se vuoi, come e’ comprensibile, la testata x o y, scrivi al direttore e invitalo. Oppure chiedigli di mandare un suo “rappresentante”.
Se lui mi chiede di venire a nome del giornale, io magari vengo. Ma su sua committenza, non autonominandomi.
Come dici? E’ prassi diffusa, lo fanno tutti?
Ahiahiahi allora: primo, non sai che io non lo faccio (grave, per chi fa il tuo lavoro) e, secondo, vuol dire che incoraggi questa detestabile prassi da sedicenti, che è una delle rovine della nostra professione.
Ti consiglio un attento ripensamento generale.

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TORNA TUTTO

I ladri rubentini giocano contro l’Inter (e contro tutti) in dodici: la squadra e l’arbitro. Avendo osato ribellarsi all’evidenza, all’Inter viene squalificato per due giornate mezzo attacco. Perchè due? Perchè due è il massimo del conveniente per i biancoladri: dopo c’è Inter-Roma e ai retrocessi serve una squadra capace di fermare la Roma medesima. Poi però l’Inter va sotto per via di due eurogoal di Nainggolan, partita praticamente finita e allora l’arbitro (come tale al soldo agnelliano), per tenere falsamente vivo il campionato, fa altri regali ai capitolini, tanto per evitare i rischi di un pareggio.
Se qualcuno avesse dubbi, noti che è ripreso anche il refrain dei rigori fantasiosi concessi al BBilan.
Insomma è tutto regolare.
Controprova? I telecronisti Rai, notoriamente filoromanisti, esultano ai gol giallorossi come fossero in curva Sud.
Torna tutto, è il solito calcio italiano.

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NON SONO MR WOLF, MA RISOLVO PROBLEMI LO STESSO

E una bella sensazione: c’è gente che conosci poco, magari appena o perfino per niente, ma che ha una questione sulla quale ti ritiene competente e ti chiama per essere aiutata a risolverla. E tu la aiuti davvero, meritandoti un grazie e soprattutto la soddisfazione di percepire il sollievo del tuo interlocutore dall’altro capo del filo.
No, non sono nè mi sento un benefattore e nemmeno la croce rossa.
Però è una grande soddisfazione avere l’impressione di essere stato utile non in virtù della sola tua disponibilità, ma soprattutto grazie alla tua preparazione in materia.
Chiamatelo pure autocompiacimento.
Dunque, sono autocompiaciuto e vado a letto sereno.