Consumatori e relative associazioni sono in rivolta perchè molti commercianti e artigiani applicano ora, in aggiunta alle normali tariffe, un “contributo Covid” di qualche euro, puntualmente riportato in scontrino.
I primi lo vedono come un furto legalizzato o la solita furbata per lucrare, i secondi si giustificano dicendo che per adeguare i servizi alle disposizioni antivirus sostengono costi maggiori e registrano minori incassi.
A essere onesti, in teoria e al saldo dei furbi da ambo gli schieramenti, hanno ragione tutti due.
E diciamo pure che era tutto ampiamente previsto.
Ma c’è un ma che rende la sindrome incomprensibile: perchè infatti, se qualcuno chiede a torto, qualcun altro si lamenta ma poi dà?
Cioè: se ad esempio il parrucchiere mi impone un balzello non annunciato e ingiusto, io mi irifiuto di pagarlo. Oppure cambio parrucchiere. Se il barista con la scusa del coronavirus mi raddoppia il prezzo di brioche e cappuccino, forse la prima volta mi frega, ma la seconda no.
E, sempre forse, se uno è esoso magari ci vado meno spesso oppure cambio esercizio. Si chiama concorrenza. Qualora invece facessero cartello e tutti si unissero sul fronte comune del rincaro, ridurrei al minimo le frequentazioni e i consumi finchè non abbassano la cresta.
Invece no. L’italiano si lamenta, ma alla messa in piega non rinuncia. Alla rapina si adegua, anzichè rinunciare al chinotto. Di andare in spiaggia libera anzichè al Bagno Giuggiola, dove l’ombrellone costa come a Venezia, neanche a parlarne.
Allora forse vuol dire che i 4 euro di “contributo Covid” può permetterseli.
Oppure che è masochista.
E in ambedue i casi c’è poco da fare.